“La Famiglia voluta da Dio”: per l’AGESCI è una questione educativa

“Nel percorso sinodale sul tema della famiglia, che il Signore ci ha concesso di realizzare nei due anni scorsi, abbiamo potuto compiere, in spirito e stile di effettiva collegialità, un approfondito discernimento sapienziale, grazie al quale la Chiesa ha – tra l’altro – indicato al mondo che non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”.

Dopo aver ascoltato queste parole pronunciate qualche giorno fa dal Santo Padre, pensiamo che una Associazione educativa che appartiene alla Chiesa ed in essa si riconosce pienamente, non possa che tacere, in quanto ogni parola detta potrebbe sminuire la potenza e la forza di quel messaggio chiaro ed inequivocabile.

E’ lo stile di una Associazione educativa di 180.000 soci, di cui la stragrande maggioranza è minorenne, che coinvolge migliaia di famiglie. Aderire a manifestazioni di piazza su opzioni legislative in discussione non attiene al nostro specifico educativo, poiché il discernimento necessario per prendervi parte appartiene alla libera ed autonoma determinazione dei singoli associati adulti che, in quanto maturi e formati, se lo vorranno, potranno partecipare a titolo personale alla manifestazione di sabato prossimo.

Peraltro, anche altre associazioni cattoliche nazionali, per gli stessi motivi, hanno maturato identico atteggiamento nei confronti di tale manifestazione.

Ogni manifestazione di pensiero da parte di soci AGESCI, a proposito di tale delicato tema al centro dell’attenzione mediatica, in vista delle votazioni sul provvedimento legislativo a firma della senatrice Cirinnà, in nessun modo impegnano l’Associazione, in quanto esprimono unicamente un parere personale, del quale ciascuno si assume la propria responsabilità. L’utilizzo strumentale e inappropriato dell’uniforme AGESCI non appartiene, peraltro, allo stile ed alla tradizione della nostra Associazione.

Nessun organo associativo, né locale né nazionale, ha espresso pareri o rilasciato interviste su tale questione, in quanto il Magistero della Chiesa e le parole del Santo Padre rappresentano appieno la posizione di tutta la comunità ecclesiale.

Educare “sapienzialmente” le coscienze dei nostri giovani, formare i capi e gli adulti alla vita buona del Vangelo: questo il nostro compito, che come responsabili dell’AGESCI riteniamo in coscienza di garantire a tutti i livelli.

Capo Guida, Capo Scout, Assistente Ecclesiastico Generale e Presidenti del Comitato nazionale AGESCI

14 Commenti a ""La Famiglia voluta da Dio": per l'AGESCI è una questione educativa"

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    Ivana Fasano 28 gennaio 2016 (15:00)

    Direi che nell’ultima frase manca il riferimento al Magistero, come fondamento al ns servizio educativo insieme al Vangelo. Questi due aspetti ci contraddistinguono come scout di matrice cattolica. Grazie

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    Fabrizio 28 gennaio 2016 (16:15)

    Per me avete perso una occasione ed il non schierarsi, non prendere apertamente una posizione, stare zitti muti e rasseganti, ci rende inutili.

    Mi dispiace ma sono sicuro che la Vostra neutralità non rispecchia il pensiero di molti scouts agesci.

    Fabrizio

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    Luca 28 gennaio 2016 (22:05)

    “…non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione.”
    “Educare “sapienzialmente” le coscienze dei nostri giovani, formare i capi e gli adulti alla vita buona del Vangelo”
    Sto ricominciando ad avere un po’ di fiducia negli Scout
    Buona Strada!

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    KaAnc 29 gennaio 2016 (0:03)

    una bella non presa di posizione! forse non tutti i capi sono in linea col pensiero cattolico? intanto ci sono stati capi che hanno manifestato pro-Cirinnaà-lgbt ecc…
    speriamo in bene perchè si stà prendendo una strada che non porta da nessuna parte.

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    Johnny 29 gennaio 2016 (8:47)

    Ancora una volta una AGESCI tiepida.

    Serva del politicamente corretto e dei comunicati stampa.

    E dire che dovremmo insegnare ai nostri ragazzi ad essere testimoni.
    E il testimone dimostra in modo evidente, spendendosi realmente, non mascherandosi dietro un comunicato.

    Mi urta in particolare il “non si possa che tacere”… giustificato dallo “sminuire la potenza e la forza” del messaggio del papa.
    Che tiepidezza!
    Quello che rimane è proprio questo, solo il tuo SILENZIO

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    Ivana Fasano 29 gennaio 2016 (15:35)

    Buongiorno, ho letto questo comunicato, e proprio non mi piace la frase “non possa che tacere”, ma ancor più avrei sottolineato maggiormente che il servizio educativo AGESCI ha oltre il Vangelo anche il Magistero come pilastro e fondamento. Grazie, Ivana

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    Emanuele 1 febbraio 2016 (0:58)

    Si può decidere di non coinvolgere i minorenni, ma si potevano chiamare a raccolta i capi.
    Non tutti i disegni di legge sono uguali.
    Il fatto che se parli in parlamento non può divenire limite all’espressione e alla difesa di quei valori e principi su cui lo scautismo si fonda: il rispetto per l’altro, l’aiuto al più debole, l’amore a creato, la responsabilità di lasciare questo mondo migliore.
    Abbiamo vissuto altri tempi in cui gli scout si sono battuti x la libertà. Le aquile randagie non si sono tirate indietro di fronte alle sfide educative e politiche del loro tempo anche a rischio della loro vita.
    L’AGESCI invece da troppi anni rimane ai margini: fecondazione artificiale, matrimoni omosex mascherati e ora anche l’utero in affitto vengono ancora affrontati a forza di dichiarazioni che fa uan parte si ancorano alla dottrina della Chiesa e dall’altra si scansano per non essere coinvolti nella battaglia. Il sacerdote e il levita aveva compiti r ruoli troppo importanti per fermarsi e sporcarsi con il sangue di un poveraccio malmenato dai briganti; il samaritano invece nonostante avesse i suoi affari non aveva dimenticato che la dignità umana viene prima di tutto, che non si può servire Dio che non vedi se non ami i fratelli che vedi, che lo stato e le sue leggi servono per proteggere i più deboli.
    Il risultato di questa strategia fallimentare è la carta del coraggio. In cui 500 giovani hanno preso posizione chiara nei confronti di tutte queste materie: peccato che invece di rifletterci a partire dalla scrittura, dal magistero e dalla ricerca scientifica seria lo abbiano fatto in base solo alle loro esperienze e alla documentazione prodotta da strutture di peccato che affogano la verità in nome della loro ideologia.
    E allora mi domandò perché dirsi ancora cattolici? E di più, perché dirsi ancora cristiani? Per andare in udienza dal papa? Se la nostra uniforme non manda più un messaggio chiaro di un carisma educativo che si riconosce nella figliolanza a Dio e alla Chiesa a cosa serviamo ancora?
    E oggi su tutti i giornali campeggia la lettera di 200 capi scout che a quella carta del coraggio si rifanno.
    Non è più tempo di dichiarazioni, ma di presenza.
    Non è strada per chi sta fermo, per chi non vuole arrivare, è la strada di chi parte ed arriva per partire.
    Si dovrà arrivare, e sul monte Dio provvederà.

    Emanuele, scout un giorno, scout per sempre

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    Enzo 1 febbraio 2016 (13:31)

    Come mai questo comunicato, con l’invito a non scendere in piazza in uniforme, è uscito 3 giorni prima del family day, mentre non è uscito prima della manifestazione di piazza pro unioni civili della settimana precedente? Grazie.

  • What lies beneath | PandaSaggio 4 febbraio 2016 (18:40)

    […] se siete qui pensando si parli del film di Zemeckis rimarrete delusi, spiacente.In risposta al comunicato ufficiale del nazionale sulla questione Family Day (e, indirettamente, sul ddl Cirinnà) si è detto di tutto […]

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    Fabrizio 5 febbraio 2016 (10:59)

    Parlare di togliere la C da agesci, anche che se come provocazione, parlare di parte conservatrice degli scouts cristiani cattolici, mi sembra una cosa assurda.
    L’Agesci è formata da scouts cattolici che fanno della fede un pilastro educativo.
    Se a qualcuno non va bene o interpreta questo molto superficialmente o allegramente non è un problema dell’Agesci ma suo.
    Vada a fare l’educatore da qualche altra parte.
    L’Agesci deve schierarsi apertamente e coraggiosamente dalla parte della fede.
    Non lasciare che richiamo o canto o segnale ti distolgano dal sentiero di caccia
    e ancora
    Un cuore impavido e una lingua cortese ti porteranno lontano nella giungla

    Questo insegnamo ai lupetti e questo dovremmo fare.

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    caterina 5 febbraio 2016 (12:29)

    Ancora una volta la nostra associazione diventa timida, nascondendosi dietro le parole del Santo Padre. Vorrei capire come si possa utilizzare il termine “tacere” in un’educazione che comprende : partecipazione attiva, democrazia, ascolto, corresponsabilità e così via..
    Mi dispiace tanto che quando dobbiamo “sporcarci” sul serio le mani, ascoltare verità scomode e farci delle domande, la linea indicata sia quella di tacere. E’ vero, sono temi delicati, sono temi difficili e “pericolosi”, ma la nostra mission educativa, e a monte la nostra formazione, parte dalle sfide e credo che tirarsi indietro in questo modo sia davvero da cittadini PASSIVI. Questo articolo non corrisponde alle nostre scelte e non può dirsi rappresentativo di una base, che non è stata minimamente interpellata.

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    Menini Matteo 5 febbraio 2016 (21:15)

    L’amore è un bisogno illimitato e immenso, è nutrimento di tutta la Storia dell’umanità, una energia che ci scorre nelle vene, è il motore che muove il ciclo della vita. Alle volte è nascosto, quasi sopraffatto dalla limitatezza che lo fa manifestare nelle contraddizioni della violenza e del dolore, ma quando tocchiamo le sue corde pure la nostra vita prende colore e senso pieno.
    Di fronte a questa immensa energia chi è, chi è quell’uomo che può permettersi la posizione di determinare quale Amore è più giusto rispetto ad un altro? Quali sono i parametri che determinano la sua dignità? Per non cadere in questo paradosso, per poter guardare l’altro con gli occhi di ascolto e di meraviglia non possiamo che metterci in quella posizione che il nostro maestro Gesù ci insegna: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.
    In questa frase Gesù ci richiama non tanto a vederci tutti peccatori, ma a vederci tutti su un unico piano. Dove non c’è colui che è più perfetto di un altro, perché nell’amore di Gesù non c’è l’idea dell’uomo, del giusto e dello sbagliato, ma c’è l’Amore perfetto, quell’amore a cui tutti noi siamo chiamati: l’Amore di Dio. Quel cuore aperto senza giudizio dove le colpe vengono riscattate, dove la vita di ogni uomo e donna trova senso e pace. No, noi non siamo chiamati a fare i giustizieri, ma siamo chiamati alla giustizia dell’Amore.
    Per poter allora guardare con sguardo evangelico i segni dei tempi che ci stanno interpellando dobbiamo riconoscere due grandi fatiche della Chiesa fa, specialmente quella italiana.
    Dobbiamo riconoscere, con grande semplicità, che facciamo fatica a rinunciare a considerare noi stessi come il metro di misura della società. La chiesa ha il dovere di dire ciò che pensa, la società non contesta questo, ma è finito il tempo in cui la chiesa possa legittimamente e credibilmente presumere di essere la misura di una società come quella italiana, che è plurale in cui convivono varie sensibilità e dove lo dello stato è garante di tutti i cittadini.
    La chiesa poi, rischia di farsi carico di una responsabilità che non è la sua. Come chiesa non abbiamo la responsabilità di garantire un modello socio – culturale – politico, ma abbiamo il dovere di essere capaci in qualunque modello di essere lievito.
    La domanda successiva allora è: la chiesa deve o non deve difendere la famiglia. Dobbiamo essere concreti. La famiglia del mulino bianco che a volte noi descriviamo non esiste, perché non corrisponde alla realtà. La famiglia è molto più complessa e molto più complicata e a volte ambigua di quello che noi andiamo a dire. Il rischio è di dimenticare tutte le ambiguità che la famiglia ha. Non esiste una ricetta della famiglia. La famiglia è una delle cose belle che gli uomini e le donne su questa terra possono fare, ma non ne l’unica ne la più bella.
    A che cosa ci obbliga il vangelo, a metterci un’etichetta di proprietà? Il vangelo ci chiede di vivere relazioni umane, all’altezza di questa parola. Il problema è che come comunità di fede, invece di metterci dalla parte della sofferenza (che di solito tace, e non va a sbandierarlo in giro per farsi compiangere) ci mettiamo dalla parte degli aguzzini, che non è il nostro posto. Nel vangelo non esiste nessuna difesa della famiglia e la stessa parola non è mai usata (viene usato sempre il nome di casa), e quando se ne parla se ne parla in maniera problematiche: “ In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo ” (Mc 10,29). La stessa incarnazione di Gesù è avvenuta in un contesto “problematico”, la famiglia che Gesù ha consacrato non è quella che difendiamo noi, ma la famiglia dove la relazione di cura avviene nei confronti del più debole.
    Scrive il card. Danneels sulle unioni gay: « La Chiesa non si è mai opposta al fatto che esista una specie di “matrimonio” tra gli omosessuali e che ci sia una regolamentazione civile. Ma che sia legale, che lo si renda legittimo con una legge, la Chiesa su questo non ha niente da dire»: sono parole dell’arcivescovo emerito di Malines-Bruxelles, cardinale Godfried Danneels, in un’intervista rilasciata il 31 maggio ai quotidiani belgi L’ècho e De Tijd. Per il porporato belga, che ha appena superato la soglia degli 80 anni, di fronte alla sfida del movimento per il riconoscimento dei diritti alle unioni tra persone dello stesso sesso, la Chiesa non deve “rinunciare alla sua morale”, ma deve allo stesso tempo saper “trovare un modo di rendere credibile e verosimile” questa la sua morale. Perciò “se uno Stato vuole aprire al matrimonio civile tra omosessuali, è un problema di quello Stato”.
    La vera questione oggi è il voler ridurre le persone a un’unica dimensione, quella della loro sessualità, mentre la Chiesa oggi è in grado di prendere in considerazione, in maniera più sfumata, le persone nella loro globalità invece di limitarsi ciecamente ai principi morali. La sfida per noi credenti allora non e tra il giusto e lo sbagliato, ma come essere, in questo tempo, lievito.

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    Alessandro Codeluppi 11 febbraio 2016 (21:00)

    Mi pare necessario precisare che, in realtà e a ogni buon effetto, l’AMORE di cui si parla nei Vangeli non è mai un sentimento e, soprattutto, non riguarda mai il rapporto di coppia. A questo riguardo, poi, è molto chiaro quello che Gesù stesso ha detto in modo non equivocabile circa l’unica possibilità di rapporto di coppia: quello “creato” da Dio stesso all’inizio (= maschio e femmina). E non ci si può nascondere dietro elementi “culturali” del tempo o di oggi, poiché la società in cui Gesù parlava era divorzista (vedi la domanda in Mt 19) e conosceva “matrimoni” religiosamente illegittimi (= la “porneia”) a cui Gesù stesso si riferisce espressamente; Giovanni Battista, poi, per uno di questi (= Erode con la cognata) ci ha rimesso la testa. Alla donna di Samaria Gesù ” esplicita” che aveva avuto 5 mariti e l’attuale non era neppure suo “marito”.
    Quella stessa società nella sua versione “ellenistica” era pure: pedo, omo, bi, multi, ecc. come la letteratura del tempo testimonia senza “inibizioni”.
    Allo stesso tempo in tutto quello che si scrive in giro, nessuno parla mai dell’unica cosa che davvero stava a cuore a Gesù, ed a cui la misericordia era funzionale: la CONVERSIONE, cioè il CAMBIO di modo di vivere: “neanche io ti condanno, va e NON PECCARE PIÙ”. Invece s’invoca Cristo come giustificazione del proprio continuare a fare quello che si vuole, secondo i propri ” gusti”!
    Temo che troppe idee (genericamente) riferite al Vangelo siano spesso solo mere strumentalizzazioni ideologiche e, purtroppo, non fondate dal punto di vista teologico, oltre che completamente fuori della tradizione e prassi millenaria della Chiesa cattolica.

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      Simone 19 febbraio 2016 (21:31)

      Ineccepibile!
      Sostengo da tempo che vi sia un forte equivoco tra l’amore (caritas, agape) come inteso nel messaggio evangelico e l’amore (eros) inteso come passione e attrazione fisica. Sostenere che quest’ultimo debba essere fonte di diritti o addirittura, situazione pregiuridica la cui sfera dovrebbe ritenersi impenetrabile da qualsiasi norma o impedimento, francamente mi sembra eccessivo.

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