Lo spettacolo delle Aquile

Sul sentiero per Codera passano molti scout: oggi un clan di Catania. Ma anche una pattuglia di Aquile Randagie: uniforme cachi e fazzolettone celeste. Ridono, scherzano e stringono le cinghie di cuoio degli zaini di cotone verde. D’improvviso si fermano, uno alza le mani chiedendo scusa. “Stop. La battuta era un’altra. Ripetiamo, per favore. Scena 12, terza. Tutti pronti?”

Siamo sul set del lungometraggio di Gianni Aureli, dedicato allo scautismo clandestino. È il secondo giorno di riprese per la troupe: una trentina di tecnici, autori e organizzatori molto affiatati.

Nel bosco spuntano fari led di rinforzo per rendere leggibili le scene in ombra. E grandi pannelli di polistirolo per sfruttare al massimo la luce naturale. Gli scenografi devono camuffare una canalina elettrica, elemento troppo moderno sulla facciata di una caséra in legno e pietra, sfondo della scena 34.

La storia che viene mostrata è quella vera di Kelly, Baden, Tulin de L’Oli, Ciacio, don Giovanni e delle altre persone che hanno incrociato la loro strada. Oggi recitano una quindicina di attori e attrici. Nella scena 58 una famiglia di ebrei in fuga arranca preoccupata verso la Svizzera, guidati e incoraggiati dagli scout dell’Oscar, che li aiutano a espatriare.

I fonici con i microfoni dal lungo collo si tengono ai margini delle inquadrature, concentrati per cogliere ogni battuta e ogni rumore. I segnali vengono trasmessi ad un registratore digitale che troneggia nella radura.

Angela, 82 anni, oggi è una valligiana, destinataria di una lettera dolorosa. Mentre Anna (che interpreta la staffetta Elena) appoggia la bici e scioglie la treccia dove ha nascosto il biglietto, lei la guarda con meravigliosi occhi azzurro cielo. Per questo film Angela è arrivata da Pavia (dove la produzione si trasferirà per girare dal 13 agosto) e al termine del ciak mormora: “È stato davvero emozionante. Non solo per la cinepresa e per dover recitare. Soprattutto per quello che abbiamo detto. Mi tornano in mente le parole di mio padre, di mio nonno…”

La macchina da presa è una Red, tripudio di alluminio, carbonio, cremagliere e schermi luminosi. Volteggia instancabile avanti e indietro grazie al Ronin, un sistema di sostegno che le dona la mobilità di una farfalla (ma il peso di ceppo di larice). Così regista e segretaria di edizione possono valutare le riprese in tempo reale, a debita distanza, su monitor collegato in wireless, a batteria.

L’attenzione ai dettagli deve restare altissima: la costumista spiega che per trovare camicie e cappelloni si sono rivolti ad una sartoria teatrale. Le uniformi vere, d’epoca, spesso sono troppo fragili e si rompono appena indossate. Per le cinture invece ha funzionato il passaparola tra gli scout.

Quando il programma della giornata è completato, le attrezzature smontate e i camion riempiti è tempo di trasferirsi. Domani è un altro giorno e si gira in un’altra valle. Il piano di lavorazione e gli ordini del giorno sono fitti di informazioni, di orari, appuntamenti e promemoria.

Lo spirito delle Aquile Randagie aleggia su ognuno di questi ciak. Speriamo che lo spettacolo cinematografico, alla fine, sia vento per il loro volo.

Foto e articolo di Matteo Bergamini

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Un commento a "Lo spettacolo delle Aquile"

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    Signoretto Antonio 7 agosto 2018 (15:44)

    Che emozione…….con la mia comunità ci siamo stati proprio l’estate scorsa per una Route di 4 giorni con finish a base Kelly…. indimenticabile …… una valle pregna di storia associativa…..vale la pena.

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